dal 9 al 23 luglio 2007

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Sezione "Polonia":

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Data:

10 luglio

Luogo:

Cracovia

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Oggi abbiamo mangiato:

Pod Wawelem

- Stinco di maiale arrosto (Golonka)

- Patate arrosto (Zalatka ziemniac)

- Torta di patate ripiena di carne e peperoni (Placek po zbojni)

Dove abbiamo dormito:

Hotel ATRIUM

Link utili:

www.polonia.it

www.intercity.com.pl/en/main

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Del nostro viaggio ha parlato un giornale locale, leggi l'articolo...

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Cracovia: Auschwitz

 

L'ingresso del museoOggi abbiamo preso un minibus che, in un’ora e mezza di viaggio, collega Cracovia a Oświęcim. Abbiamo attraversato la bella campagna polacca, tanta pianura con qualche piccola collinetta, costellata di casette radunate in piccoli agglomerati. Le case sono molto carine, tutte con il tetto a spiovente ed un giardinetto ben tenuto. Non ci sono né serrande, né persiane e le finestre sono piuttosto grandi, forse per far entrare più luce possibile, dato che qui il tempo è sempre piuttosto buio e grigio. Le pianure sono spesso intervallate da foreste di aghifoglie: siamo immersi nella natura.

In un paesaggio tanto ameno, con un cielo grigio come il piombo, arriviamo al paese di Oświęcim, più noto, purtroppo, perché qui si trova il campo di concentramento di Auschwitz.

Il pulmino ci lascia davanti ad un cancello: entriamo, percorriamo un lungo viale alberato e ci troviamo in un parcheggio pieno di pulman e di gente, di fronte ad una costruzione di mattoni rossi. Apparentemente, nulla fa presagire che questo è stato un luogo di morte, è tutto così pieno di verde e di gente. Ma su di noi c’è un cielo plumbeo che ci ammonisce. Entriamo nel museo (l’ingresso è gratuito) e per prima cosa acquistiamo il biglietto per vedere un breve filmato originale, in inglese, sulla liberazione del campo da parte dei sovietici. Semplicemente sconcertante. Usciamo già con le lacrime agli occhi. E non è che l’inizio.L'ingresso del campo di concentramento

Nel grande cortile individuiamo l’ingresso, che reca la purtroppo famosa scritta "ARBEIT MACH FREI", "il lavoro rende liberi". Al di là il campo, piuttosto grande, contiene 28 blocchi tutti uguali, in mattoni rossi, disposti in varie file. Viali di pioppi li separano. Qui i tedeschi facevano "l’appello", costringendo quella povera gente, già denutrita, malata e sofferente, a stare ferma in piedi o in ginocchio per ore ed ore. Una tortura nella tortura. Il campo è circondato da una doppia linea di filo spinato elettrificato, intervallato da torrette di controllo. Tutto qui odora di sacrificio e di morte e io non riesco a non tremare.

L'ingresso di uno dei blocchi adibiti a museoCiascun blocco (non tutti sono aperti) contiene delle testimonianze. Ci sono documenti, fotografie, tantissime fotografie, tutto diviso per temi: la Shoah, le prove materiali del crimine, la vita quotidiana dei prigionieri, le condizioni abitative e sanitarie. Non mi soffermo a descrivere tutto, perché è una testimonianza che va vista personalmente, per non dimenticare e per vedere come la crudeltà umana può arrivare a tanto (questo non sono proprio riuscita a spiegarmelo).

In una vetrina lunga tutta la parete di una stanza, ho visto mucchi di capelli tagliati alle detenute, che, raccolti in sacchi, venivano venduti all’industria tessile. Altre vetrine, tutte molto grandi, contengono le scarpe, le valigie con i nomi, le spazzole, i pennelli da barba, gli spazzolini da denti, i vestiti. Non si può non piangere di fronte a tutto questo e provare un senso di orrore e insieme di pietà per tanta povera gente.

In fondo a questo triste percorso si trova il cosiddetto blocco della morte: tra il blocco n° 10 (con le finestre sigillate in quanto non si doveva vedere che qui si facevano esperimenti sulle donne) e il n° 11 (dove i prigionieri venivano "imprigionati" in celle strettissime, buie e soffocanti per punizione o in attesa di sentenza) c’è un piccolo cortile con un muro in cui avvenivano le esecuzioni. E non aggiungo altro. Altri blocchi contengono esposizioni delle varie nazioni: noi abbiamo visto l’Italia, l’Ungheria, l’Olanda, la Francia e la Polonia.I forni crematori

Un po’ fuori dal campo si trovano le camere della morte e i forni crematori. Tra le lacrime dico una preghiera per questa gente che ha sofferto in una maniera che non credo riusciremo mai ad immaginare e capire fino in fondo, tanta è la sua enormità.

Basta, non ce la facciamo più. La guida consiglia di vedere anche il campo di Birkenau, che dista da qui solo 3 chilometri, ma non ci riusciamo proprio. Siamo saturi.

Questo odore di morte non lo dimenticherò mai. E con una testimonianza come questa non capisco come sia possibile che ci siano ancora guerre, torture, odio tra i popoli. Non dobbiamo dimenticare, né fare finta che non sia successo niente.

Per quel che riguarda Auschwitz vorrei anche io riportare le mie impressioni per spiegare, soprattutto a me stesso, il susseguirsi di emozioni provate là dentro.

Parlare del campo di concentramento può portare facilmente alla retorica o, peggio ancora, a banalizzare ma non voglio rimanere in silenzio.

Prima di arrivare ad Auschwitz ero convinto di aver letto, visto e appreso abbastanza per poter immaginare quanto poteva essere successo là dentro, ma la prima cosa che ho capito, già a cominciare dal filmato sulla liberazione, è che non avevo capito un bel niente.

Entrare poi nei blocchi è stato sconvolgente: le foto prima, le ricostruzioni poi ed infine le scarpe, i capelli, le valigie e gli altri effetti personali ammassati nelle costruzioni ti fanno vedere l’atrocità, sentire la sofferenza, annusare la morte: credo che da oggi quell’odore, soprattutto quello dei forni crematori e delle prigioni (se è possibile parlare di prigioni in un campo di sterminio), l’assocerò ad essa.

Il nostro viaggio di ritorno è piuttosto triste, non riusciamo a dirci una parola.

L'ingresso del campo e...

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... i blocchi

I viali tra i blocchi
Il forno crematorio, le tristemente famose "docce"
Le recinzioni di filo spinato elettrificato

 

Il viaggio di andata

La strada reale