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Cracovia:
Auschwitz
Oggi
abbiamo preso un minibus che, in un’ora e mezza di viaggio,
collega Cracovia a Oświęcim. Abbiamo attraversato la bella
campagna polacca, tanta pianura con qualche piccola collinetta,
costellata di casette radunate in piccoli agglomerati. Le case sono
molto carine, tutte con il tetto a spiovente ed un giardinetto ben
tenuto. Non ci sono né serrande, né persiane e le finestre sono
piuttosto grandi, forse per far entrare più luce possibile, dato
che qui il tempo è sempre piuttosto buio e grigio. Le pianure sono
spesso intervallate da foreste di aghifoglie: siamo immersi nella
natura.
In
un paesaggio tanto ameno, con un cielo grigio come il piombo,
arriviamo al paese di Oświęcim, più noto, purtroppo,
perché qui si trova il campo di concentramento di Auschwitz.
Il
pulmino ci lascia davanti ad un cancello: entriamo, percorriamo un
lungo viale alberato e ci troviamo in un parcheggio pieno di pulman
e di gente, di fronte ad una costruzione di mattoni rossi.
Apparentemente, nulla fa presagire che questo è stato un luogo di
morte, è tutto così pieno di verde e di gente. Ma su di noi c’è
un cielo plumbeo che ci ammonisce. Entriamo nel museo (l’ingresso
è gratuito) e per prima cosa acquistiamo il biglietto per vedere un
breve filmato originale, in inglese, sulla liberazione del campo da
parte dei sovietici. Semplicemente sconcertante. Usciamo già con le
lacrime agli occhi. E non è che l’inizio.
Nel
grande cortile individuiamo l’ingresso, che reca la purtroppo
famosa scritta "ARBEIT MACH FREI", "il lavoro rende
liberi". Al di là il campo, piuttosto grande, contiene 28
blocchi tutti uguali, in mattoni rossi, disposti in varie file.
Viali di pioppi li separano. Qui i tedeschi facevano "l’appello",
costringendo quella povera gente, già denutrita, malata e
sofferente, a stare ferma in piedi o in ginocchio per ore ed ore.
Una tortura nella tortura. Il campo è circondato da una doppia
linea di filo spinato elettrificato, intervallato da torrette di
controllo. Tutto qui odora di sacrificio e di morte e io non riesco
a non tremare.
Ciascun
blocco (non tutti sono aperti) contiene delle testimonianze. Ci sono
documenti, fotografie, tantissime fotografie, tutto diviso per temi:
la Shoah, le prove materiali del crimine, la vita quotidiana dei
prigionieri, le condizioni abitative e sanitarie. Non mi soffermo a
descrivere tutto, perché è una testimonianza che va vista
personalmente, per non dimenticare e per vedere come la crudeltà
umana può arrivare a tanto (questo non sono proprio riuscita a
spiegarmelo).
In
una vetrina lunga tutta la parete di una stanza, ho visto mucchi di
capelli tagliati alle detenute, che, raccolti in sacchi, venivano
venduti all’industria tessile. Altre vetrine, tutte molto grandi,
contengono le scarpe, le valigie con i nomi, le spazzole, i pennelli
da barba, gli spazzolini da denti, i vestiti. Non si può non
piangere di fronte a tutto questo e provare un senso di orrore e
insieme di pietà per tanta povera gente.
In
fondo a questo triste percorso si trova il cosiddetto blocco della
morte: tra il blocco n° 10 (con le finestre sigillate in quanto non
si doveva vedere che qui si facevano esperimenti sulle donne) e il
n° 11 (dove i prigionieri venivano "imprigionati" in
celle strettissime, buie e soffocanti per punizione o in attesa di
sentenza) c’è un piccolo cortile con un muro in cui avvenivano le
esecuzioni. E non aggiungo altro. Altri blocchi contengono
esposizioni delle varie nazioni: noi abbiamo visto l’Italia, l’Ungheria,
l’Olanda, la Francia e la Polonia.
Un
po’ fuori dal campo si trovano le camere della morte e i forni
crematori. Tra le lacrime dico una preghiera per questa gente che ha
sofferto in una maniera che non credo riusciremo mai ad immaginare e
capire fino in fondo, tanta è la sua enormità.
Basta,
non ce la facciamo più. La guida consiglia di vedere anche il campo
di Birkenau, che dista da qui solo 3 chilometri, ma non ci riusciamo
proprio. Siamo saturi.
Questo
odore di morte non lo dimenticherò mai. E con una testimonianza
come questa non capisco come sia possibile che ci siano ancora
guerre, torture, odio tra i popoli. Non dobbiamo dimenticare, né
fare finta che non sia successo niente.
Per
quel che riguarda Auschwitz vorrei anche io riportare le mie
impressioni per spiegare, soprattutto a me stesso, il susseguirsi di
emozioni provate là dentro.
Parlare
del campo di concentramento può portare facilmente alla retorica o,
peggio ancora, a banalizzare ma non voglio rimanere in silenzio.
Prima
di arrivare ad Auschwitz ero convinto di aver letto, visto e appreso
abbastanza per poter immaginare quanto poteva essere successo là
dentro, ma la prima cosa che ho capito, già a cominciare dal
filmato sulla liberazione, è che non avevo capito un bel niente.
Entrare
poi nei blocchi è stato sconvolgente: le foto prima, le
ricostruzioni poi ed infine le scarpe, i capelli, le valigie e gli
altri effetti personali ammassati nelle costruzioni ti fanno vedere
l’atrocità, sentire la sofferenza, annusare la morte: credo che
da oggi quell’odore, soprattutto quello dei forni crematori e
delle prigioni (se è possibile parlare di prigioni in un campo di
sterminio), l’assocerò ad essa.
Il
nostro viaggio di ritorno è piuttosto triste, non riusciamo a dirci
una parola.
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